Un viaggio in Nepal

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Eccoci di nuovo con Daniela e il Nepal, si parte! (guest post 2/3) (Leggi qui la prima parte del racconto)

IL NOSTRO VIAGGIO

6 agosto 2016

È l’alba quando atterriamo a Kathmandu.

Un piccolo autobus, dotato di ventilatori posticci a fungere da aria condizionata, ci conduce verso il centro della città.

I nostri occhi, avvezzi solo all’Occidente -finora-, rimangono sbarrati ad osservare e memorizzare TUTTO.

Ecco Kathmandu, con le sue strade congestionate, polverose ed inquinate. I ragazzini con le mascherine davanti alla bocca e vestiti all’occidentale che aspettano l’autobus per recarsi a scuola: solo i più ricchi si possono permettere questo lusso.

Venditori ambulanti che caricano frutta e ortaggi sulla bicicletta, intere famiglie su uno scooter, galline che scappano dal retro delle abitazioni, bovini che pascolano indisturbati ai lati delle carreggiate, camion stracarichi e coloratissimi, il rumore dei clacson incessante.

Sulla strada principale incontriamo qualche vigile e alcuni rari semafori, che sembrano accendersi per lo più inosservati. Ai lati della strada si dispiegano infiniti negozietti dove, una volta sollevata la serranda, venditori impigriti osservano il resto del mondo. Bimbi che giocano per terra, uomini e donne seduti sui gradini ad oziare, tra strade traverse infangate, con buche enormi che nessuno riempie. Polvere, macerie accatastate, forse frutto del recente terremoto (2015) o forse conseguenza del degrado, da anni in attesa di un recupero. E poi impressionanti fili elettrici ammucchiati in un groviglio a dir poco preoccupante su posticci pali della luce…

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© Paolo Sartori – http://www.paolosartori.net

Gli abitanti si muovono calmi tra tutto ciò, donne coloratissime elegantemente vestite, e uomini con uno stile vagamente occidentale, ma che di elegante ha solo il cappello tradizionale nepalese, il Dhaka topi.

Addentrandoci nelle stradine raggiungiamo la Durbar Square, con gli edifici più importanti della città. Parzialmente distrutti dal terremoto e non ancora ricostruiti, i palazzi reali delle antiche dinastie Malla e Shah sono tra i migliori esempi dell’architettura nepalese, con muri in mattoni rossi e piccole finestre in legno minuziosamente intagliate.

L’unico a stonare è il cosiddetto palazzo degli Hippie: costruito in perfetto stile occidentale ad inizio 900, è ricoperto da intonaco bianco e dotato di colonne greche. Ci addentriamo poi nel cortile della casa della Kumari, la dea bambina. Considerata dagli induisti una divinità in terra, viene scelta dopo un’attenta selezione tra le giovanissime di origine buddista. Ogni città può nominarne una. Se dotata di specifici requisiti fisici, all’età di 3 anni è sottoposta alla prova finale: rimanere da sola in una stanza con teste di buoi sanguinanti e maschere inquietanti.

Una volta nominata la Kumari (lett bimba impubere), ella andrà a vivere nella ricca abitazione, accudita da una famiglia induista. Ai genitori sarà concesso di farle visita, ma lei non potrà mai toccare il suolo pubblico. Alla piccola non sarà permesso lasciare l’abitazione se non in rare occasioni, durante le quali verrà trasportata con portantine.

Tutti i sudditi compreso il re si inchineranno ai suoi piedi.

Il suo ministero cesserà al sopraggiungere della pubertà, momento in cui sarà libera di tornare con la propria famiglia. Nonostante la sua bellezza – e ricchezza- questa ragazza non prenderà mai marito: secondo una credenza antica chi sposa una Kumari muore entro 6 mesi dalle nozze.

In seguito ad una nostra richiesta, la Kumari ci concede di poterla vedere affacciandosi dalla finestra intarsiata. Il visino triste e svogliato si ritrae dopo pochi minuti, e noi siamo invitati a lasciare una mancia per l’onore concessoci.

Ci spostiamo poi fuori dal centro verso il santuario di Pashupatinat, luogo sacro dell’induismo.

Tra i più affascinanti e caratteristici siti della città, offre uno spaccato di vita, di cultura e di culto nepalese. Lungo le rive del fiume sacro, il Bagmati, possiamo assistere ai riti che accompagnano il defunto fino alla cremazione: a seconda della piattaforma possiamo distinguere la casta a cui appartiene il defunto.

Tutt’attorno però pullula di vita: santoni che celebrano gli anniversari della morte insieme ai familiari, scimmie che rubano le offerte dai templi, venditori ambulanti, e ovunque fiori, incensi, riso…

E fedeli, contrassegnati dal tipico tika sulla fronte: le donne sposate lo disegnano in rosso, gli uomini invece dopo la preghiera quotidiana.

L’edificio adibito al culto induista è la pagoda, la cui architettura è originaria nepalese e non giapponese come di solito si pensa. Si trovano anche templi costruiti in stile indiano shikara.

Ogni pagoda è dedicata ad una divinità; in Kathmandu sono prevalenti quelle di Shiva, distruttore del male e rigeneratore, e quelle della dea Parvati, moglie di Shiva, nelle sue incarnazioni tra cui Kalì. Dentro questi piccoli templi uomini assonnati prendono il fresco. Nella piazza donne coloratissime offrono doni, bambini si rincorrono, capre si adagiano sui gradini dei templi e galline scorrazzano. Un odore nauseabondo proviene dagli altari deputati ai sacrifici animali: tra sangue e piume si alzano i fumi degli incensi a rendere nuovamente gradevole l’atmosfera.

Lasciato questo luogo magico raggiungiamo un altro sito affascinante e coinvolgente: Swayanbunat

In cima ad una scalinata di trecento gradini, si erge questo maestoso tempio dedicato a Buddha, da cui si gode di una splendida vista sulla valle circostante. Qui i monaci tibetani si rifugiarono dopo l’invasione del Tibet da parte della Cina. L’architettura tipica dei templi buddisti è la stupa, una cupola bianca sormontata da una guglia che rappresenta l’ascesa al nirvana, sostenuta da un basamento quadrato sulle cui facce è rappresentato il famoso occhio di Buddha, che non sente, non parla, non giudica ma tutto vede.

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©Paolo Sartori – http://www.paolosartori.net

Dalla guglia si dipartono numerose fila di bandierine su cui sono scritte le preghiere a Buddha; colorate nei cinque colori sacri (bianco, blu, verde, rosso e giallo), sono tra gli elementi più caratteristici. Ovunque penzolano a rallegrare e colorare l’atmosfera, accarezzate dal vento che porta le preghiere dalla Terra al Cielo.

Mentre non ci è concesso di assistere alla preghiera induista, possiamo entrare nella stupa, dopo esserci levati le scarpe. All’interno i monaci seduti a gambe incrociate su due righe speculari, recitano mantra (lett. strumento della mente) e cantano l’om suonando trombe lunghe fino a terra, cembali, conchiglie, e gong. L’atmosfera che ci avvolge è magica ed emozionante; rigorosamente in senso orario, camminiamo in silenzio alle spalle dei monaci, passando davanti ad un’enorme statua di Buddha in una delle sue posizioni di preghiera.

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©Paolo Sartori – http://www.paolosartori.net

All’esterno i fedeli toccano le ruote di preghiera (cilindri ricoperti di incisioni in sanscrito): ruotando in senso orario l’aria legge le preghiere in vece del fedele.

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©Paolo Sarrori – http://paolosartori.net

Tutt’attorno negozi minuscoli catturano la nostra attenzione con oggetti di tutti i tipi.

Una musica, una preghiera ci accompagnerà per tutto il viaggio: OM MANI PADME UHM, che viene ripetuta incessantemente per purificare l’anima. Frase mistica dai molteplici significati, tra cui “la vita di gioia è dentro al fiore di loto”.

Il nostro gruppo ha seguito un itinerario (guest post 3/3) nei giorni seguenti, affiancato da guide, pronte e preparate a farci scoprire il Nepal e le sue tradizioni.

Abbiamo scoperto e sperimentato moltissimo e se non possiamo dire di essere diventati Nepalesi, ci possiamo definire Nepalini avventurieri.

Abbiamo trovato innanzitutto meravigliosa accoglienza, sorrisi e danze organizzate per noi. Ospitalità da parte delle famiglie nelle loro case, perché era deciso dall’itinerario, ma anche perché semplicemente iniziava a piovere o volevano ospitarci e mostrarci la loro casa. Hanno cucinato per noi e siamo stati serviti, mangiando prima dei proprietari secondo la loro tradizione. Abbiamo mangiato con i monaci durante la preghiera, perché funziona così per loro e noi ci siamo adattati.

Il nostro viaggio é iniziato il 6 Agosto 2016 (per loro però la data é diversa e ci troviamo nel 2073) e finito dopo 14 giorni, in cui abbiamo fatto trekking, abbiamo percorso 8 ore in jeep per raggiungere il villaggio Ghale Gaun a 2070 mt, siamo discesi con torce frontali percorrendo un sentiero sdrucciolo per due ore all’interno delle Siddha Cave, le grotte più grandi del Nepal in direzione dell’altare posto nel punto più profondo della grotta, abbiamo mangiato con le famiglie, provando anche a evitare di usare le forchette e a mangiare con l’uso della sola mano destra, abbiamo provato a ballare con loro e siamo stati fermi a contemplare l’Annapurna, il monte che si vede benissimo all’alba in questa stagione dei monsoni, per via dell’umidità e noi ci siamo alzati presto perché merita. Siamo stati fermi e silenziosi nei momenti di preghiera, durante i sacrifici animali e i riti per i defunti.

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© Paolo Sartori – http://www.paolosartori.net

Siamo stati un po’ con loro e loro con noi, parlando un po’ inglese per capirsi, quando era possibile o provando a capirsi comunque.

Abbiamo imparato la parola Dhanyabaad, ovvero grazie, e Namastè.

©Paolo Sartori – http://www.paolosartori.net

Viaggiare in questo modo ci ha permesso di svegliarci e ritrovarci in una casa, non in un hotel, di vedere la natura attorno, di conoscere alcune famiglie e di mangiare con loro. Abbiamo mangiato il piatto tipico il nepali dal bhat, ovvero riso al vapore con una zuppa di lenticchie, qualche patata in umido, verdure simili a spinaci, ali di pollo piccanti. Tutto molto saporito e abbondante!

Abbiamo bevuto the latte e biscotti con i monaci e mangiato noodles con verdure piccantissimi, una vera prova da superare! Abbiamo bevuto al mattino per colazione il boò cha, non sappiamo cos’è fino a dopo averlo assaggiato, é salato e si tratta di burro di yak sciolto nel the. Mangiamo pane e burro di arachidi e biscotti alle noccioline. Beviamo il roxi, un fermentato locale di miglio e orzo che i nepalesi bevono tutto il giorno.

Siamo sempre pronti ad andare, con lo zaino in spalla. Ci troviamo in qualche situazione spiacevole quando ci sono le sanguisughe, per l’umidità e per alcuni percorsi di trekking, ma il nostro ricordo si lega soprattutto alla gente, alla pace e alla serenità di questi luoghi, alle distese di campi di miglio, e orzo, alla natura e ai colori meravigliosi di questi luoghi.

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©Paolo Sartori – http://www.paolosartori.net

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